Il ferro 5 come lo sento io
Gianni Davico

Gianni Davico by

Era il 2004, io avevo cominciato a giocare da poche settimane, non avevo ancora dei bastoni miei e il primo che acquistai fu un ferro 3 [sic] al Decathlon. Il golf era un mondo quasi del tutto sconosciuto per me, riuscivo a capire pochissimo di concetti quali il loft, ma avevo intuito che un ferro con un numero basso poteva mandare la palla più lontana rispetto ad un ferro 8, 9 o anche 10 (già, all’epoca la Callaway produceva il ferro 10, ovvero l’attuale pitching wedge).

(Ricordo molto bene la faccia tra lo stupito e l’inorridito del mio maestro di allora quando mi vide con quell’arnese. Ma insomma il percorso verso la conoscenza è molto lungo, e anzi mi appare molto più lungo e intricato ora di quanto non fosse allora.)

Anche il mio primo set “serio”, i Mizuno MP-57, dei bastoni incantevoli al punto che li comprai online senza mai averli provati prima perché mi ero innamorato di quelle linee, aveva il ferro 3 (che conservo ancora). E anche se oggi amerei la sensazione cristallina e limpidissima che potrebbe darmi un ferro 3, o addirittura anche un rarissimo 2, so che copro con più efficacia le distanze intermedie tra i ferri medio-lunghi e i legni con gli ibridi.

Però il ferro 5 no, il ferro 5 è un altro discorso. Il ferro 5 è un buon test per mettere alla prova la tua abilità golfistica. Il ferro 5 lo devi saper tirare.

E io, pur usandolo da sempre, ho messo a punto da poco la mia tecnica per tirarlo. Perché questo è un bastone che devi prendere in mano con rispetto, che devi trattare bene e nella maniera corretta se vuoi che ti porti là dove desideri andare. Per fare uno yogiberrismo dirò che un ferro 5 non è un ferro 6.

Per me (non è ovviamente una ricetta universale, ma qualcosa di specifico che vedo funzionare nel mio caso) un ferro 5 dritto va tirato così:
– impugnatura da draw, ovvero che permetta di vedere la nocca dell’anulare della mano sinistra, mentre la mano destra si apre soltanto all’incirca della metà rispetto a quanto fa la sinistra);
– palla leggermente più indietro rispetto al centro dello stance (non più di un paio di centimetri);
– spalla destra bassa e indietro;
– K rovesciata;
– mirare a 3-4 metri a destra rispetto all’obiettivo;
– salita lenta;
– infine (ma è il punto più importante): debbo assicurarmi di non saltare dei passaggi, di farli nella giusta sequenza e soprattutto di liberare la mente dopo il pensiero e prima del colpo, in modo che sia il corpo, il mio subconscio, e non io ad eseguire il movimento.

Ripeto: questo funziona per me, che come la maggior parte dei golfisti tendo ad arrivare dall’esterno, ed è frutto di prove ed errori infiniti. Se la routine è fatta bene e se al momento opportuno riesco a mettere da parte la mente cosciente, allora il risultato è quasi una conseguenza logica. E la soddisfazione nel lasciar andare quel colpo è massima.

Dopo averlo provato innumerevoli volte in campo pratica, qualche giorno fa sono riuscito a portare in campo quel colpo. Margherita, buca 13, par 3 di 151 metri in discesa. D’estate è un ferro 6 con l’asta lunga e un 7 con l’asta corta, ma so che con temperature basse il ferro 5 è il bastone corretto per me. Ho eseguito la routine sia mentale che fisica nella maniera desiderata; quel colpo è partito dritto all’asta, esattamente come era stato visualizzato, è atterrato a meno di un metro dalla buca ed è rimasto lì. La sensazione dentro di me è stata quella di un lavoro compiuto, di una gioia limpida e cristallina; soprattutto, sono riuscito a farla percolare per intero, in maniera da poterla richiamare in futuro ogniqualvolta sarà necessario.

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